Giornata della Memoria – Uno sguardo alle donne dimenticate

“Essere prigioniere vuole dire dover esporre in pubblico, a sguardi aguzzini corpi abituati dal costume di cinquanta anni fa ad un pudore rigoroso; vedere quelli di altre, magari anziane e restarne turbate, subire la violenza per poter sopravvivere, non potersi più riconoscere nella propria immagine fisica. Vuol dire vivere con bambini destinati a sparire, con compagne che arrivano incinte in lager e si affannano per nutrire un figlio che verrà ucciso appena nato; scoprire nelle donne e anche in se stesse una distruttività che non si sarebbe mai immaginata.”

Heinrich Himmler, definito poi “l’architetto della Shoah”, uno dei più stretti collaboratori di Hitler e capo delle SS, ordinò nel 1938 la costruzione del campo di concentramento di Ravensbrück, destinato ad accogliere esclusivamente prigioniere donne.
Il campo si trovava a circa 90 km a nord di Berlino e venne aperto nel maggio 1939.
Il primo Lager, quello di Ravensbrück, concepito per la “rieducazione” delle “diverse”, delle donne non conformi: antinaziste, antifasciste, comuniste, assassine, prostitute, nomadi e lesbiche.

“Gli sgabelli ordinati a soldatini, i pavimenti puliti più volte al giorno, gli asciugamani piegati a regola, le stoviglie riposte secondo l’ordinamento, i letti rifatti a cubo, l’abbigliamento impeccabile, l’andatura scattante, le braccia stese lungo il corpo durante gli appelli interminabili. Questo è il periodo della rieducazione in cui ordine, lavoro, disciplina sono alla base di un buon processo rieducativo.”

Mentre l’omosessualità maschile veniva trattata come disturbo psicologico e neurologico, per le donne lesbiche era sufficiente una rieducazione. Nel tentativo di scampare agli arresti, che venivano effettuati nei luoghi di lavoro o nei bar LGBT*, molte lesbiche tentarono di conformare il proprio aspetto per destare meno sospetti, molte altre si sposarono.

A un anno dall’apertura del lager il numero delle detenute era salito già a 4.000, e fino a 40.000 nel marzo del ’45. Il sovraffollamento venne gestito con deportazioni in altri lager e con l’omicidio di massa, e Ravensbrück da campo di rieducazione si trasformò in campo di sterminio. Un mese dopo infatti, nell’aprile dello stesso anno, il campo si ridusse ad un quarto, con 11.000 donne. Dal maggio del ’39, quando il campo di Ravensbrück fu aperto, al 30 aprile 1945, quando i soldati russi liberarono le detenute, le immatricolazioni raccontano di oltre 125.000 donne imprigionate, seviziate, costrette a lavori estenuanti, ridotte alla fame, usate come cavie per esperimenti medici, come prostitute e infine, in oltre 92.000 casi, uccise o lasciate morire.

Ravensbrück racconta un frammento spesso dimenticato del terribile genocidio nazista che uccise oltre 15 milioni di persone, racconta una storia di violenza nei confronti di un genere, una storia di violenza rispetto alla mancata obbedienza. Una violenza spesso contraddittoria, come quella agita nei confronti delle donne arrestate perché coinvolte nella prostituzione e poi sterilizzate e costrette a prostituirsi nei lager. Una violenza immotivata, come quella contro le madri e i neonati, portati alla morte per fame.

Ma oltre la coltre di abusi, di violenza, oltre il filo sottile che divideva la vita dalla morte, oltre la fame, Ravensbrück racconta di una meravigliosa ribellione: nonostante le lingue differenti, i ritmi di lavoro serrati, la sorveglianza continua e spietata, le donne riuscirono a fare rete, a comunicare, a costruire un sistema di supporto, a darsi la forza necessaria a ribellarsi ai soprusi.
«Il sabotaggio l’abbiamo fatto un po’ tutte per il gusto di farlo, per il gusto di andare contro la legge concentrazionaria. Si sabotavano le macchine rompendo un pedale, o tirando via una vite, poi magari si nascondeva il pezzo. Una volta lo facevo io, magari due ore dopo lo faceva un’altra e così minimo erano sempre tre macchine ferme per turno».

La Giornata della Memoria costringe ad una oggi più che mai necessaria riflessione rispetto all’odio, alla discriminazione, all’ignoranza, al populismo, alle forze politiche che fomentano la paura del diverso, allo stare a guardare senza agire. Una riflessione rispetto al concetto di rieducazione, che in molti e bui momenti della Storia, chi deteneva il potere ha usato per giustificare violenze e soprusi.
Ed infine al concetto di ribellione. Di coraggiosa, meravigliosa, necessaria ribellione.


Consigli di Lettura:
Le donne di Ravensbrück di Lidia Baccaria Rolfi

Consigli Cinematografici:
Aimee & Jaguar di Max Färberböck (1999), tratto dal romanzo omonimo (1994) di Erica Fisher

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