Parità non è il 99%: il sessismo nel mondo del lavoro ai tempi del Covid-19

covid donne lavoro

Il femminismo ha fatto il suo tempo!
Il femminismo non serve più!

Quanto spesso ci ritroviamo ad ascoltare – nostro malgrado – queste affermazioni?

Se per un solo secondo avete pensato che questi ultimi cinquant’anni di femminismo siano stati in qualche modo sufficienti, e che ad oggi la rivendicazione della parità di genere non sia più necessaria, ci ha pensato l’Istat ad infrangere i vostri sogni, che purtroppo hanno la stessa potenziale di realismo di Harry Potter che vola su un enorme animale, un incrocio fra una gallina e un unicorno.

Non sappiamo come sia iniziato il febbraio delle persone che ritengono la parità di genere un obiettivo fieramente raggiunto dal nostro Paese. Per noi è iniziato con una cifra, che solo ad essere pronunciata fa venir voglia di investire i propri risparmi in un viaggio di sola andata per la Luna: 99%.

L’Istat ha stimato che nel corso del mese di Dicembre 2020 abbiano perso il lavoro 101 mila persone. Di queste, 99mila erano donne.
Il 99%.
Nel corso del 2020, primo anno di diffusione del virus, dei 444 mila posti di lavoro persi, il 70% erano occupati da donne.
Ripetiamolo insieme: la parità di genere non è un obiettivo raggiunto.

Come una crepa che, dopo una scossa di terremoto, guadagna centimetri all’interno di una parete, così il divario di genere, ormai endemico all’interno della nostra cultura, guadagna terreno in un’Italia in emergenza sanitaria. All’origine di queste cifre, una sistema intriso di sessismo:

  • precarietà contrattuale: oltre il 73% dei contratti part-time sono firmati da donne, alle quali è richiesto il maggior carico di lavori domestici, cura ed assistenza parentale (per il 51% degli italiani è compito primario della donna occuparsi della casa e della famiglia, a fronte dell’11% degli svedesi e del 14% dei danesi – il Sole24ore);
  • disparità salariale a parità di mansioni e competenze: il gender pay gap mondiale è ancora fermo al 20%, e in Italia raggiunge cifre più alte a seconda dei settori di riferimento;
  • glass celing: le posizioni dirigenziali sono solo per il 32% ricoperte da donne, e di queste solo il 6,3% ricoprono il ruolo di amministratrici delegate, benché siano proprio le donne statisticamente a guidare le aziende più fiorenti ed in grado di restare al passo con i cambiamenti e le evoluzioni tecnologiche).

Il Covid è forse sessista? Chiaramente no. L’emergenza sanitaria ha solo messo in evidenza, accentuandolo, un problema pre-esistente, così come per ogni forma di divario sociale ed economico. Da una crepa, una spaccatura.
Parità è poter firmare un contratto full-time senza essere tacciate di egoismo o di anaffettività: la responsabilità di cura non si attribuisce in base al genere. Se non nei film in bianco e nero.
Parità è avere accesso alle stesse opportunità di carriera dei nostri colleghi uomini a parità di competenze, e anche avere accesso a maggiori opportunità in caso di maggiori competenze. Parità è non subire discriminazioni – e umiliazioni – basate su stigmi, relativi al genere, dalla fisiologia alla presunta psicologia femminile. Parità è non subire condizionamenti relativi alle proprie aspirazioni future fin da bambine. Parità non è il 73% delle dimissioni volontarie, firmate da donne divenute madri.

Parità è non diventare lo scarto percentuale del mondo del lavoro. Con o senza emergenza sanitaria.
Parità non è il 99%.

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