Giornata della Memoria: ricordando le donne di Ravensbrück

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Detenzione preventiva femminile.
Così era definito il campo di Ravensbrück, costruito a 80 km da Berlino, sulle proprietà di Heinrich Himmler, braccio destro di Hitler, Generale, Comandante della polizia e delle forze di sicurezza, oltre ad essere uno dei più noti e sanguinari volti delle SS.

Il campo di Ravensbrück fu costruito al solo scopo di ospitare e torturare le donne ritenute “non conformi” o “inutili”. Sono state 132.000, forse di più, ad essere imprigionate a Ravensbrück fra il 1939 e 1945. Fra loro traditrici, oppositrici politiche, rom, prostitute, lesbiche. Per queste ultime non c’erano triangoli rosa – usati per i maschi omosessuali negli altri campi -, e non c’erano neppure limiti di tortura, per ovvie ragioni: la loro colpa non era una scelta, non potevano essere punite, dovevano essere cancellate.

Una volta deportate a Ravensbrück, esattamente come in tutti i campi di detenzione, le donne erano obbligate a svolgere impieghi massacranti, mentre resistevano a condizioni di vita insostenibili: denutrizione, sovraffollamento, sporcizia, sperimentazioni, aborti in condizioni sanitarie precarie. Per le donne “non conformi” però erano riservati incarichi leggermente diversi da quelli ideati per i maschi detenuti in altri campi: grazie a farmaci che inibivano o interrompevano del tutto le mestruazioni e alle sterilizzazioni forzate, le donne “inutili” di Ravensbrück, in particolare lesbiche e prostitute, erano costrette ad offrire il proprio corpo agli Ufficiali. Il bordello di Ravensbrück fu clonato anche ad Auschwitz, ad uso anche dei detenuti più volenterosi. Nel corso della storia, le violenze agite sui corpi delle donne sono state uno strumento di controllo, di distruzione, di cancellazione, e Ravensbrück non fa eccezione.

Nel corso della storia, le violenze agite sui corpi delle donne sono state uno strumento di controllo, di distruzione, di cancellazione, e Ravensbrück non fa eccezione.

Le donne sopravvissute alle torture di Ravensbrück, e liberate nel ’45, in molti casi hanno scelto il silenzio. Le poche che invece hanno provato a raccontare cosa avevano subito sono state inizialmente additate come “bugiarde”, poi addirittura accusate di aver sedotto gli Ufficiali di propria volontà, per salvarsi, per ottenere qualcosa.

Settantasette anni dopo, non è cambiato molto per le donne che scelgono di chiedere aiuto, di raccontare e denunciare barbarie e violenze.
Eppure, settantasette anni dopo, siamo ancora qui. Donne non conformi: lesbiche, non bianche, prostituite, oppositrici politiche, attiviste, traditrici di un sistema che ci vuole a disposizione, ad uso e consumo di altri. E settantasette anni dopo, mettiamo ancora la nostra vita e i nostri desideri al primo posto, nonostante le minacce di cancellazione.
E se ve lo steste chiedendo, continueremo a farlo.

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