Il 17 maggio e la lotta alla Lesbofobia

17 maggio 2019 lesbofobia alfi

C’era una volta Frida.
Frida era una bambina come tutte le altre: cantava, guardava i cartoni animati, si arrampicava sugli alberi, giocava con le bambole… Insomma, faceva tutte quelle cose che fa ogni bambina di 5 anni.
Frida viveva con i suoi genitori e i suoi fratelli, con cui litigava ma a cui, sostanzialmente, voleva bene. Aveva anche un gatto, Paco, che si divertiva a truccare e portare a spasso nel passeggino.

Quando iniziò la scuola, Frida imparò a leggere e la sua mente cominciò a vagare tra draghi, nani e torri, sognando ad occhi aperti quel Principe Azzurro che, un giorno, sarebbe venuto a salvarla in groppa al suo destriero. Quando le sue amichette parlavano tra loro e dicevano:”Quanto è bello Marco?” “Ma no, Claudio è più bello!” lei ascoltava e faceva di “sì” con la testa, perché è così che si deve fare.
Nel frattempo, però, pensava:”Chissà se Marina verrà a casa mia oggi?” Dopotutto, era la sua migliore amica e voleva stare sempre con lei.

Alle superiori, le pressioni delle amiche e della famiglia diventarono via via più imbarazzanti.
“Allora, ce l’hai il ragazzo?” “Perché non ce lo presenti?” “Possibile che sei così carina e non hai ancora nessuno? Le tue amiche sono tutte fidanzate!”
Frida ci aveva provato a trovarne uno, ma nessuno di quelli con cui era stata l’aveva fatta sentire felice.

Finché un giorno arrivò Andrea.
Andrea era una persona completamente diversa da tutte le altre: la rendeva felice e la faceva sentire sé stessa come non si era mai sentita.
Ma c’era ma: Andrea era una ragazza.

Frida non si era mai posta il problema: era soddisfatta, si sentiva a suo agio, si divertiva, era felice.
Era così felice che le sembrava impossibile pensare che qualcun altro sarebbe stato infelice per lei.
Così, decise di dirlo ai suoi genitori. Scrisse loro una lettera in cui parlava di tutto questo: di lei, di Andrea e di quelle lunghe passeggiate in riva al fiume, parlando dei loro sogni e del loro futuro.

I suoi genitori la lasciarono finire. Poi, presero la lettera, la strapparono e le dissero:“Meglio una figlia puttana che una figlia lesbica.”
Quel giorno, Frida cercò un’altra casa e vi si trasferì, portando con sé Paco e poche altre cose a cui era affezionata.
Per fortuna, l’università le dette una nuova possibilità: ricominciare da capo e farsi una nuova vita. Una in cui nessuno la conosceva per come fosse e in cui poteva essere chi voleva.

Ma durò poco: non si può essere felici se si finge di essere chi non si è. E così, decise di dirlo ad alcuni amici. Molti di loro la presero bene, tanto che il loro rapporto diventò ancora più affiatato. Per altri, invece, questo sembrava essere un problema.
Una sera, davanti a una pizza e qualche birra di troppo, alcuni di questi scherzando le dissero:”Ma sei sicura di essere lesbica? Secondo me sei lesbica perché non hai ancora trovato l’uomo giusto. Vieni qua, che ci penso io a farti cambiare idea!”
Frida fece un mezzo sorriso e pensò che non valesse la pena ribattere, ma in realtà si sentì morire dentro. Possibile che l’unico metro di giudizio per una persona come lei fosse quello di mettere a sistema le sue mancate performance con il sesso maschile?

Finita l’università, Frida trovò un lavoro e tutto ricominciò da capo:”Che faccio, lo dico ai miei datori di lavoro? E se mi licenziano? E se poi non mi licenziano? No, non posso rischiare…
Ci pensò uno dei suoi colleghi a darle la spinta: un giorno le si avvicinò e le disse:”Io voglio quella promozione: se non ti tiri indietro, dico a tutti che sei lesbica e ti faccio cacciare.”
Frida decise che non ne valeva la pena, rinunciò al posto e lasciò il lavoro. Dopotutto, avrebbe potuto trovarne un altro, ma almeno la sua reputazione non si sarebbe rovinata.

Alla luce di ciò, si convinse che il mondo l’aveva presa a calci anche troppo e che era arrivata l’ora di fare qualcosa: fece un giro su internet e trovò l’associazione LGBT più vicina. Voleva rimboccarsi le maniche e contribuire a cambiare qualcosa di quel mondo, per quanto piccolo fosse.
Lì trovò un sacco di persone come lei: più giovani, più grandi, bionde, ricce e con gli occhi di tutti i colori.

Un giorno le venne chiesto di partecipare a un evento che si teneva in un’altra città. Frida non vedeva l’ora di conoscere altre donne meravigliose e si mise subito in macchina.
Una volta arrivata, si presentò e cominciò a parlare con alcune delle ragazze. Fu così che venne fuori che quella tipa là, quella tipa silenziosa a pochi metri da lei, aveva subito uno stupro punitivo agito da alcuni conoscenti che avevano scoperto che era lesbica, ed era ancora sotto shock.

SBAM.

Frida tornò a casa con il cuore pesante e una sola cosa in testa:“Sarebbe potuto capitare a me.”

Questa non è una favoletta per bambine. È la storia di molte di noi che, ancora oggi, quando dichiarano il proprio orientamento sessuale, subiscono quotidianamente insulti, molestie verbali e fisiche, minacce, ricatti.

È la nostra storia, che quando diciamo di essere lesbiche ci sentiamo rispondere che “siamo lesbiche perché non abbiamo trovato l’uomo giusto”.
È la nostra storia, che ci obbliga a tenere nascoste noi stesse a scuola o al lavoro per paura di ritorsioni, bullismo, mobbing.
È la nostra storia, perché dopotutto “non abbiamo il cazzo e quindi non possiamo fare del vero sesso”.
È la nostra storia, che quando ci baciamo per strada con la nostra compagna dobbiamo aspettarci che qualcuno ci chieda se vogliamo fare “una cosa a tre”.
È la nostra storia e quella di chi è stata costretta a parlare con psichiatri, preti e suore che le ricordavano qual era il loro ruolo nella società.
È la storia delle nostre compagne, che subiscono stupri correttivi e punitivi, come se questo potesse in qualche modo farle tornare sulla “retta via”.

Parlare di Lesbofobia significa parlare della sua natura intrinsecamente sessista e misogina.
Significa riconoscere che la matrice dell’odio per le donne lesbiche è la volontà di ristabilire dei ruoli imposti, dai quali le lesbiche inevitabilmente si sottraggono.
E lo fa agendo non solo sulla violenza verbale, sul ricatto e sull’umiliazione, ma anche sul piano sessuale, mediante la violenza fisica, la molestia e lo stupro correttivo.
Relegare la Lesbofobia a un fenomeno di contorno, un qualcosa che può essere racchiuso in qualcosa di più “grande”, non fa che silenziare un problema che esiste e che, tutte e tutti noi, dovremmo lottare per eliminare.

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