#dicosatilamenti – (dis)parità di genere in Italia

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Di cosa ti lamenti? In fondo puoi fare tutto quello che vuoi ormai.

Quella parola, “ormai”, lanciata a fine frase con tono non curante, inconsapevolmente, tradisce chi la pronuncia insieme ad una frase simile. Perché lascia trasparire l’intima consapevolezza che una forma di discriminazione è quanto meno esistita, e la certezza di poterne riconoscere i tratti.
L’uso del verbo in forma passiva “lamentarsi” poi banalizza, come da copione, quella che contrariamente era l’espressione di una effettiva disparità. Ma si sa, il benaltrismo colpisce duro, specialmente se sul tavolo c’è la rivendicazione di un diritto negato.
Curiosamente poi, quando ci si rivolge ad una donna la scelta linguistica è prevedibile e “lamentarsi” è un verbo di uso frequente.

Non vogliamo annoiarti con questa analisi del testo, né sembrare saccenti – d’altronde l’ha scritta una donna -, ma scardinare i pregiudizi alla base di una frase come questa, in apparenza innocua, ma di fatto portatrice di un modello di pensiero che rende falso quel banale “ormai”.

“Ormai” non dice la verità, perché in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza è legge, eppure migliaia di donne si scontrano con strutture del Sistema Sanitario Nazionale che non possono garantire l’applicazione della suddetta legge a causa dell’enorme quantità di obiettori e obiettrici di coscienza.
Mentre per le donne che riescono ad approdare a questo diritto sono riservati il pregiudizio, lo stigma, l’umiliazione pubblica.

 

 

“Ormai” non dice la verità, perché in Italia il revenge porn è punito dalla legge, eppure migliaia di donne si ritrovano a subire il ricatto in silenzio perché, nonostante siano vittime di un potenziale reato penale, sono consapevoli che saranno le uniche a subire victim blaming e slut shaming. Perché sono donne e, nonostante gli ultimi due secoli di femminismo, sono ancora colpevoli di avere una sessualità.

“Ormai” non dice la verità neppure in rapporto al mondo del lavoro, anche se siamo alla seconda, quasi alla terza generazione di donne presenti in massa in quasi ogni settore professionale. Ma il mondo del lavoro per le donne è un colabrodo: disparità salariale fra le più elevate in Europa, glass ceiling, precarietà contrattuale, e barriere relative alla maternità. “Ha intenzione di avere figli nel prossimo futuro?” è una domanda inopportuna, oltre che illegale, secondo il Codice delle pari opportunità del 2006, eppure viene posta ogni giorno in sede di colloquio di lavoro.
Nonostante le aziende gestite da donne siano mediamente più floride e resilienti, oltre che più affidabili per le banche, solo il 3% delle aziende italiane presenta la firma di una donna nella posizione di CEO. Di questo 3%, la quasi totalità è stata fondata da donne, perché il “soffitto di cristallo”, più spesso di un carro armato corazzato, impedisce alle donne di prendere il posto di un uomo alla direzione di un’azienda.

Potremmo continuare, ma siamo certe che il punto sia chiaro. Non esiste alcun ormai.
Esistono solo migliaia di battaglie – e nessuna lamentela – ancora da combattere, per le donne che calcano il suolo di questo moderno Paese. D’altronde se avessimo “raggiunto la parità”, non avresti pensato tutto il tempo che ci stiamo “lamentando”, no?

 

 

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