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Disposizioni contro il turismo riproduttivo: un primo sguardo sul nuovo ddl Pillon

Per quanto la prospettiva di parlarne e dunque di assecondare l’aperto proposito del Senatore Pillon di alimentare polemiche al riguardo non ci alletti, riteniamo doveroso fornire una breve disamina del nuovo disegno di legge “Disposizioni contro il turismo riproduttivo“, di cui risulta primo firmatario, per rispondere ad un diffuso e legittimo bisogno di chiarezza.

Tale DDL, presentato al Senato, è costituito da soli tre articoli.

Il primo di essi inserisce i delitti già previsti e puniti dagli articoli 12 e 13 della legge 40/2004 nell’art. 7 c.p., rendendoli punibili in tal modo anche quando commessi all’estero, in deroga al c.d. “principio di territorialità”.
Se tale proposta addivenisse al rango di legge avrebbe un impatto radicale su tutta la normativa in materia di procreazione medicalmente assistita. Consentirebbe infatti di perseguire in Italia non solo chi ponga in essere all’estero condotte molto gravi (quali la clonazione, la selezione eugenetica di embrioni o la commercializzazione di gameti) ma anche chi ponga in essere, sempre all’estero, tecniche di PMA nonché ricerca scientifica su embrioni fuori degli ancora assai stretti canoni normativi previsti in Italia.

Il secondo articolo riconfigura il perimetro edittale delle pene già previste dall’attuale comma 6 dell’art. 12 della stessa legge 40/2004 (che punisce per l’appunto la commercializzazione di gameti e la surrogazione di maternità “da chiunque ed in qualsiasi forma siano realizzate, organizzate o commercializzate” con una pena da 3 mesi a due anni di reclusione e da 600.000 ad un milione di euro di multa) inasprendole sensibilmente: da 3 a 6 anni di reclusione e da 800.000 ad un milione di euro di multa; ciò senza in alcun modo specificare le condotte di reato già punite da tale norma, la cui indeterminatezza è stata più volte aspramente stigmatizzata da giurisprudenza e letteratura.

Il terzo ed ultimo articolo introduce un divieto a carico degli ufficiali di stato civile di iscrivere/trascrivere atti di nascita in cui siano indicati quali genitori del minore due persone dello stesso sesso o tre persone di sesso differente, imponendo ai genitori una autocertificazione relativa al proprio legame biologico con il minore. Ciò, ancora una volta, senza preoccuparsi minimamente del destino dei minori e segnatamente del pericolo concreto che – come ha sottolineato anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – il rifiuto della trascrizione in Italia li privi di tutti quei diritti fondamentali connessi allo status di cittadini italiani, lasciandoli “apolidi”.

Al di là di tutte le considerazioni che in un una nota di commento di carattere riassuntivo e non certo esaustivo come questa non possono certo essere svolte in merito alle numerosissime altre assai pericolose implicazioni che tale disegno di legge comporterebbe laddove si traducesse in legge con questa formulazione, possiamo tirare le seguenti somme:

Questo DDL non costituisce un intervento volto a riformare in maniera coesa il diritto di famiglia, come da noi auspicato, ma è viceversa destinato a creare numerosi problemi di contrasto tra norme e tra principi applicabili.

Questo DDL è fortemente discriminatorio nei confronti delle coppie LGBT+, vietando e punendo aspramente proprio il ricorso alle più comuni tecniche di PMA eterologa di cui oggi fruiscono le lesbiche italiane all’estero per costruire la propria famiglia e consentendo viceversa soltanto alle coppie eterosessuali di continuare a ricorrere ancora a molte delle attuali “scappatoie”, il tutto a dispetto del fatto che, statistiche alla mano, i casi di abuso delle surrogazioni di maternità all’estero sono da ricondursi per parte stragrande proprio a coppie eterosessuali.

Questo DDL si pone in aperto contrasto con i principali arresti giurisprudenziali italiani e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo senza curarsi di fornire alcuna soluzione adeguata alle problematiche di diritto e a quelle squisitamente pratiche che esse hanno posto al nostro Paese negli anni.

Non è in alcun modo possibile considerare questo DDL una forma di tutela né delle donne né dei minori in quanto costituisce unicamente uno strumento di repressione e controllo politico volto ad evitare la costituzione di famiglie omogenitoriali e sancire una protezione per l’embrione superiore a quella accordata al feto, che aprirebbe senza dubbio la strada a ripensamenti anche in materia di interruzione di gravidanza. Sappiamo bene che il presupposto ideologico che ne è a fondamento è lontano dagli asseriti e tanto sbandierati propositi di tutela di cui sopra e muove dal convincimento, sradicato di ogni fondamento scientifico, per il quale l’unico contesto in cui può essere debitamente cresciuto un bambino è quello della famiglia eterosessuale, meglio ancora se di stampo patriarcale. Per tali motivi questo disegno di legge punta a realizzare proprio ciò che in teoria vieta: una politica eugenetica che, di per sé stessa, costituisce un’indebita e inaccettabile ingerenza statale nelle scelte private della persona.

Riteniamo inoltre che la peculiare pericolosità di tale disegno di legge sia proprio nella sua sommarietà ed assolutezza; in altri termini esso pretende di affrontare un campo operatorio delicatissimo con una zappa piuttosto che con il necessario bisturi, introducendo drastiche misure “di principio” senza entrare in alcun miglior dettaglio e perciò, in definitiva, senza curarsi affatto delle delicatissime implicazioni delle stesse e più in generale sull’impatto devastante che possono avere sulla materia della genitorialità e della famiglia, a partire dalla valorizzazione del principio antistorico della plusvalenza del fattore biologico – cui viene così fornito un livello di protezione inaudito quanto irragionevole – rispetto al valore delle relazioni che è oramai viceversa consolidato nella nostra società.

Si tratta indubbiamente dell’ennesima iniziativa volta a captare la benevolenza di fasce di elettorato retrograde ed ignoranti. Nulla che si differenzi, nell’impronta, dal primo DDL Pillon, quello sul c.d. “affido condiviso”, animato da stesso spirito, stessi propositi ed identica metodologia di intervento.


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