Il linguaggio della narrazione della violenza: espressione di un sessismo d’altri tempi

Negli ultimi anni il linguaggio tossico utilizzato per narrare le decine di migliaia di esistenze piegate o spezzate dalla violenza è diventato legittimamente bersaglio di riflessioni e pretese di cambiamento.
Con la salda consapevolezza che il linguaggio possiede il potere di veicolare messaggi, educare il pensiero e modellare le coscienze, e che, unitamente al progresso tecnologico, ne sia consentita diffusione di massa, troviamo intollerabile il comportamento irresponsabile, violento, opportunista e sessista del giornalismo che ha raccontato in questi anni la violenza contro le donne.
A nulla sembra essere servita l’istituzione di una terminologia specifica per definire un fenomeno di ampia portata. Il termine “femminicidio” è stato coniato appositamente per definire una specifica forma di violenza basata sul genere, di matrice patriarcale, agita in prima istanza per annullare l’identità della vittima, ed in seconda istanza per agire un’assoluta distruzione psicologica ed infine fisica, con la morte.
A nulla sembra essere servita l’istituzione di ricerche ministeriali, campagne di sensibilizzazione ed informazione, centri antiviolenza, associazioni.
A nulla sembra essere servito il Manifesto di Venezia, documento nato dalla Convenzione di Istanbul per una corretta informazione a contrasto della violenza di genere.

Le testate giornalistiche sul femminicidio di Elisa Pomarelli, giovane uccisa lo scorso agosto da un uomo di cui rifiutava le avances:

“Non ha opposto resistenza. Si pensa ad uno scatto d’ira improvviso.”
“Molto collaborativo. Evidentemente pentito. Ha pianto.”
“È apparso disperato e pentito, per lui una perizia psichiatrica: soffre di ossessione affettiva.”

In un’intervista di dubbia qualità giornalistica di Bruno Vespa a Lucia Panigalli, vittima di due tentativi di omicidio da parte dell’ex compagno:

“Signora, se avesse voluto ucciderla, l’avrebbe uccisa.”
“Quanto è durato il vostro amore?”

I fantasmi dell’ossessione affettiva, del raptus, dell’amore folle

Massimo Sebastiani amava così tanto Elisa Pomarelli da strangolarla fino alla morte.
L’amava così tanto da caricare il suo corpo privo di vita nel baule della sua auto, andare tranquillamente a fare benzina e chiacchierare con un altro utente della stazione di rifornimento della sua “fidanzata”.
L’amava così tanto da gettarla in un dirupo, andare a fare una chiacchierata con l’ex suocero e poi a cena con un’amica.
L’amava al punto da dormire con lei per diverse notti, abbracciato al suo cadavere che intanto veniva attaccato da larve e insetti.
L’amava così tanto da seppellirla mentre la sua famiglia la cercava disperatamente da giorni, ed inviarle messaggi per depistare le indagini.

Massimo Sebastiani soffriva terribilmente questa “ossessione affettiva”. Era un “gigante buono” col cuore spezzato da una donna che lo rifiutava e che quando ha fatto menzione di un allontanamento da lui è dovuta morire. Ma per sbaglio, per un raptus, uno scatto d’ira inaspettato.

Lucia Panigalli acconsente ad una intervista con Bruno Vespa su un programma diffuso su rete nazionale, racconta la sua storia, fra risatine e domande provocatorie, fra affermazioni tese a sminuire il suo vissuto di violenza estrema.
Lucia Panigalli ribadisce che parlare di amore in questi casi in cui si agisce violenza sul partner è intollerabile. “Mi fa accapponare la pelle”, dice.

E sì, fa accapponare la pelle anche a noi.

Parole, significati, coscienze

Un lessico tossico e degradante, a tratti violento nei confronti della vittima ed assolutivo nei confronti della persona violenta è stato utilizzato per raccontare gli ennesimi casi di femminicidio e di violenza domestica, in barba al Manifesto di Venezia, agli studi a contrasto della violenza di genere, alla Legge.
Viviamo in una società intrisa di un linguaggio che colpevolizza le vittime e vittimizza gli uomini che dispongono dei corpi e delle vite delle donne: dalle molestie stradali, agli abusi domestici, agli stupri, fino agli omicidi.
Un linguaggio che lascia trasparire un sessismo d’altri tempi, un sessismo che riporta agli anni del delitto d’onore, lo stesso sessismo erede diretto di un patriarcato ormai stantio, che però non ha perso la sua efficacia nell’allevare coscienze atte a possedere, prima di rispettare corpi e volontà femminili.
Attribuire un sentimento d’amore ad un uomo che ha scelto di assassinare la donna che l’ha rifiutato è inaccettabile in una società civile, ma accade oggi in Italia.
Attribuire un sentimento d’amore ad un uomo che ha tentato ben due volte di assassinare la sua compagna, che ancora oggi teme le sue intenzioni, è inaccettabile in una società civile, ma accade oggi in Italia su una rete nazionale.

L’orientamento affettivo e sessuale di Elisa Pomarelli ha fatto scalpore in questi giorni, come se una donna dovesse avere una motivazione specifica per poter dire “no”. Perché il “no” di una donna, si sa, ha un valore molto diverso del “no” di un uomo. Va motivato, ripetuto, sottolineato. E va ribadito, perché dire una sola volta “no” non basta. Nel caso di Elisa, il rifiuto non solo è risultato insufficiente, ma anche irricevibile, insopportabile, inaccettabile. Perché se ti amo ti possiedo, devo averti, anche se tu non mi vuoi. La pretesa sui corpi diventa pretesa sull’esistenza stessa, con le sue narrazioni, le sue decisioni, le sue intenzioni.

Nascondere dietro il baluardo dell’amore questa oppressione violenta della narrazione altrui a vantaggio della propria volontà inquina la nostra cultura di una visione distorta sui rapporti, e cioè che l’amore è potere. E che legittima qualunque azione e assolve da qualunque orrore commesso. Compreso l’omicidio.
Bruno Vespa parla d’amore, un amore talmente folle da “non volerla dividere con nessuno, se non con la morte“.

Fra agosto 2017 e luglio 2018 sono state 92 le donne amate follemente e uccise dal proprio marito, ex marito, compagno, fidanzato, ex fidanzato; 10.000 le donne che hanno denunciato maltrattamenti in famiglia; 9.000 le denunce per percosse, altrettante per stalking.
Negli ultimi dieci anni 50.000 stupri sono stati denunciati, migliaia quelli non denunciati e si stima che il 97% siano commessi all’interno della cerchia di familiari ed amici.

Il corpo di Elisa ha subìto in questi giorni un’autopsia, per verificare lo stato di decomposizione, accertare le cause della morte. Siamo certe che il medico legale non troverà da nessuna parte la firma del patriarcato, ma noi la vediamo.
Sul corpo di Elisa, su quello martoriato di Lucia e su quello di migliaia di donne che ogni giorno vengono molestate, picchiate, stuprate e uccise, per tutti i loro “no”.
Una firma che riporta la calligrafia di ciascun individuo nel mondo che il patriarcato lo alimenta, che lo usa come arma, ma anche di ciascun individuo che lo ignora, che finge di non vederlo. Una firma incisa con la violenza che soffoca le vite di milioni di donne, ma anche di uomini in tutto il mondo.

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