Gender Pay Gap / Glass Ceiling

Gender Pay Gap / Glass Ceiling

diritti donne lavoroIl Gender Pay Gapdivario retributivo di genere – consiste nella differenza salariale annua sulla base del genere. Si tratta di un fenomeno che In Italia raggiunge quote differenti a seconda della forbice di riferimento. Se infatti l’Italia registra un dato generico rispetto al gender pay gap pari al 5-6%, questa percentuale cresce nettamente se si prendono in considerazione ulteriori dati quali: la fascia d’età, la percentuale di donne occupate rispetto alla percentuale di uomini occupati (particolamente bassa in regioni italiane quali Sicilia, in cui la percentuale di donne occupate è pari solo al 27%), le interruzioni di carriera dovute alla famiglia (quasi sempre sono le donne ad usufruire del congedo parentale), che in alcuni casi diventano definitive, e alle specificità di alcuni settori quali intrattenimento e arti, settore scientifico e tecnico, settore finanziario ed assicurativo. Il divario salariale effettivo in Italia, presi in esame tutti i parametri, sale fino al 43,7%, ben oltre la media europea pari al 39,3%.

Il Glass Ceiling – soffitto di cristallo – consiste nella difficoltà di avanzamento di carriera sulla base del genere. Questo fenomeno risente non solo della sopra citata percentuale sempre molto alta di donne che si fanno carico degli impegni familiari, ma anche dei pregiudizi e degli stereotipi di genere. Si calcola infatti che le donne che riescono a superare questa barriera invisibile, ed inaccettabile, è pari al 6%.

«I dati dell’Oecd (Osce) rielaborati dall’Economist mostrano come l’Italia sia uno dei peggiori paesi per essere una donna lavoratrice. Per arrivare a questo conclusione sono stati considerati diversi parametri, dall’accesso all’educazione superiore alla partecipazione alla forza lavoro, dagli stipendi alla maternità: il giudizio complessivo lascia poco spazio all’interpretazione.
Il problema vero resta la partecipazione al mercato del lavoro: gli ostacoli burocratici, il ridotto accesso all’istruzione superiore e le deboli tutele sul fronte di maternità e assistenza ai figli collocano l’Italia in fondo alla classifica dell’Ocse.
La situazione migliora quando si analizza la presenza della donne all’interno dei consigli di amministrazione, anche perché una legge impone che – a partire dal 2015 – un terzo dei membri sia “rosa”. Il problema resta, piuttosto, a livello manageriale: le donne vengono promosse meno e con più difficoltà degli uomini. E raramente occupano posizione di rilievo all’interno della struttura aziendale. D’altra parte il minor accesso alla formazioni superiore e le maggiori responsabilità sul fronte della cura dei figli (legate soprattutto alla deresponsabilizzazione degli uomini, a differenza di quanto avviene nei paesi nordici) si trasformano in un handicap.» (Fonte: larepubblica.it)

Con l’arrivo di un* figli*, fra un uomo che non subisce il fenomeno del Glass Ceiling e guadagna mediamente il 29% in più e una donna che invece ha maggiori difficoltà ad essere promossa e guadagna meno, indovinate chi sarà più propenso ad usufruire del congedo parentale?

L’Islanda al momento si attesta nel panorama europeo come modello da seguire: vara la sua prima legge sulla parità retributiva nel 1961 (quando in Italia era ancora in vigore la legge che disciplinava il delitto d’onore ed il matrimonio riparatore _ rispettivamente lo sconto di pena in caso di uxoricidio per tradimento della moglie e di matrimonio forzato in caso di stupro) ed una seconda nel 2018, che impone multe giornaliere salatissime sia nel settore pubblico che in quello privato, nel caso in cui non si possa comprovare l’assenza di discriminazioni retributive a pari mansione e qualifiche. Il progetto punta a rimuovere il Gender Pay Gap entro i prossimi 4 anni.

Evocativo un articolo di Repubblica dello scorso Ottobre 2015 che recitava:«Dal prossimo lunedì le donne europee andranno a lavorare gratis, mentre i loro mariti, i loro amici, insomma tutti gli uomini saranno regolarmente retribuiti. Non è una legge strampalata o una provocazione, ma la cruda realtà dei numeri sugli stipendi e sulle differenze di trattamento economico tra maschi e femmine.»

Nel mercato del lavoro, l’Italia è ancora un Paese di uomini.
Ma la lotta continua.


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