40 anni di Legge 194

Oggi la legge 194, che tutela il diritto delle donne di interrompere una gravidanza, compie 40 anni. Centinaia di migliaia di donne, che fino a quel momento erano state costrette alla clandestinità, mettendo a rischio la propria vita, lottarono per una legge che permettesse loro di scegliere.

Riportiamo qualche dato aggiornato a oggi.

7 ginecologi su 10 sono obiettori, con punte tra 80% ed il 90% in 8 Regioni italiane.
Solo 390 su 654 strutture, dotate di reparti di ostetricia e ginecologia, effettuano interruzioni di gravidanza.
Solo 61 gli stati in cui l’aborto è ammesso entro certi limiti temporali.
In una Regione del nostro paese, il Molise, è presente un unico medico non obiettore, un medico per 109.284 donne, in età fertile, residenti in Regione.

In Italia, nei fatti, si sta tacitamente abolendo una legge, avallando l’alibi delle convinzioni personali, a scapito delle donne che si rivolgono a strutture pubbliche disciplinate dalle leggi statali.

Affrontare un aborto non è una scelta facile: si tratta di un percorso di introspezione personale, non scevra da sentimenti contrastanti. L’intervento inoltre non è un punto d’arrivo, quanto piuttosto l’incisione di una traccia che farà sempre parte di quel corpo, di quella storia.

Alle donne di questo Paese spetta l’onere di dover combattere per affermare il diritto a scegliere per la propria vita, per il proprio futuro, per il proprio corpo, ancora una volta.

La violenza che si riserva alle donne che scelgono di non portare avanti una gravidanza ci spinge un passo indietro rispetto ai diritti umani, un passo indietro nella Storia: una società che sceglie di percepire queste donne come infime delinquenti, piuttosto che supportarle garantendo loro un diritto fondamentale, rimanda a un’epoca lontana, in cui alle donne non era garantito alcun diritto di scelta in merito alla propria esistenza.

La filosofa Luisa Muraro dice: “Per quanto riguardava la decisione, noi suggerivamo l’autorità delle altre donne, perché l’aborto non fosse visto come un’iniziativa puramente reattiva a certi comportamenti sessuali. Quello che il femminismo combatteva più di tutto era l’irresponsabilità sessuale degli uomini.”

Vogliamo affermare con forza la necessità di formare le donne perché siano consapevoli e responsabili, perché siano parte attiva delle scelte riguardanti il loro corpo, il loro piacere, la loro sessualità, e il loro futuro.

Crediamo che l’aborto non sia contrario alla rivendicazione della maternità, quanto piuttosto che sia fondamentale perché essa sia pienamente rappresentativa di tutte le esistenze. Una narrazione della maternità, epurata dai racconti fiabeschi e idilliaci, e piuttosto fedele alla realtà creerebbe madri consapevoli, capaci di imboccare una strada priva di illusorie costruzioni (e costrizioni) culturali e sociali. Una narrazione della maternità che non crocifigga le donne che scelgono di non essere madri, che non le sminuisca, che non svilisca i loro obiettivi.

La formazione, l’informazione, l’educazione e, insieme, l’abbattimento dei tabù riguardanti il corpo e la sessualità sono gli strumenti più efficaci per la costruzione di una società più equa e più rispettosa degli spazi e delle scelte delle donne.

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