I gruppi Telegram ed il teatro degli orrori del sessismo

di Federica Cozzella

 

Negli ultimi giorni il web è stato invaso dall’indignazione, quasi esclusivamente femminile, focalizzata intorno all’ennesimo scandalo sessista e violento ai danni delle donne. Nell’occhio del ciclone, un’inquietante consacrazione quasi rituale alla virilità a mezzo di scambio di foto e video pornografici e pedopornografici, inni allo stupro e battute sessiste e misogine. Sfruttando i punti oscuri delle norme di utilizzo di piattaforme come Telegram, Facebook e Instagram, centinaia di gruppi creati a questo scopo hanno proliferato negli ultimi anni arrivando a contare oltre 200 mila iscritti ciascuno.

La segnalazione della loro esistenza, per quanto non rappresenti una novità, ha scosso il web, soprattutto per il carattere crudo di alcuni dei contenuti resi pubblici dall’articolo edito da Wired. Il rischio di cadere nel tranello della gogna contro un fantomatico Frankenstein è dietro l’angolo, così come quella di circoscrivere il problema alla rapidità e facilità di diffusione di materiale simile a causa degli strumenti del web.

 

Mostri e colpevoli rassicuranti

Bisogna necessariamente eradicare l’immagine, probabilmente rassicurante per la sua riconoscibilità, del “mostro” che finora ha affollato i titoli delle testate giornalistiche dei casi di femminicidio, stupro, molestie, violenza domestica, revenge porn e abusi. Per quanto doloroso, uscire dalla logica del cattivo, riconoscibile ed isolabile dalla cerchia sociale, è il primo passo per individuare realmente il problema. Non si tratta di bestie incappucciate, avvolte da fumo nero e coperte di stracci che sibilano nella notte all’orecchio delle donne: gli uomini che a migliaia – a volte centinaia di migliaia – hanno affollato le decine e decine di gruppi Telegram, scambiando materiale pornografico e pedopornografico, consigli sullo stupro, insulti e battute a sfondo sessuale sono i nostri padri, sono i nostri colleghi di lavoro, i vicini di casa. Sono gli amici del nostro fidanzato, sono i ragazzi che ci consegnano pacchi Amazon e che ci servono il caffè al bar, sono gli amici di famiglia che conosciamo da una vita, i medici che ci visitano, gli autisti che ci portano a casa da scuola, sono lo zio della nostra migliore amica, il fratello che ascolta musica nell’altra stanza, sono i cugini che abbiamo visto crescere.
“Non tutti gli uomini sono così.” Certamente vero, ma sfortunatamente deresponsabilizzante – oltre che ripetitivo e non risolutivo -. Gli stessi, e talvolta le stesse, che rispondono allo scandalo dei gruppi Telegram in questi termini hanno mai sottolineato quanto fosse sessista e oggettificante dire di una donna che fosse una “troia”? Hanno mai scelto di essere la “pecora nera” del branco, segnalando che quella foto della ex fidanzata non andava inviata perché diventasse un pezzo di carne a disposizione delle fauci del gruppo?

Per non parlare di chi, tronfio di una saggezza stantia e colma di stereotipi, ha affidato la colpa alle stesse donne che hanno visto le proprie foto rubate e diffuse. La colpevolizzazione della vittima, alla pari del silenzio, alimentano da decenni – volontariamente o involontariamente – una cultura che fa delle donne oggetti di cui disporre, che fa delle donne prodotto da giudicare, proprietà da scambiare e collocare a piacimento. Una cultura che punisce le donne per la loro mancata rispondenza alle regole di un gioco creato dagli uomini per gli uomini. E sfortunatamente, “chi tace è complice”.

Non solo: bisogna uscire dalla logica del bersaglio, che alleggerisce le responsabilità politiche e sociali connesse alla cultura dello stupro – che oggi potremmo addirittura chiamare marketing dello stupro -. Non è internet né sono i social network ad avvelenare e spingere a delinquere a causa delle falle interne ai sistemi di controllo: le dinamiche di squadrismo, caratterizzate dal codice di protezione del branco, alimentano le battute da spogliatoio e da bar, ed esistono da sempre.

Ancora, bisogna smetterla di stupirsi. Fra le reazioni forse più sconcertanti registrate rispetto all’esplosione della notizia incontriamo smarrimento, stupore e meraviglia.
Immerse e immersi in una cultura patriarcale e sessista che pone il potere sull’altro a caposaldo delle dinamiche relazionali, il sopruso come metodo e la proprietà come obiettivo al quale aspirare, ci stupisce davvero che esistano simili spazi?

 

Potere, proprietà, protezione, punizione.

Nonostante siano trascorsi secoli dall’individuazione di ruoli sociali che ponevano al centro il genere come discriminante, nonostante le donne non siano più un bene di scambio – il cui valore era dato dal rispetto di canoni estetici, biologici e comportamentali -, nonostante le donne non siano più costrette a sposare per vergogna il proprio stupratore – quanto meno nei Paesi occidentali – e che abbiano diritto di voto, di istruzione, di avere una professione ed ottenere un divorzio ed un’intervento abortivo – quanto meno in alcuni Paesi occidentali – siamo rimasti fermi alle logiche di potere e proprietà in un mondo in cui il branco di uomini, forte di un assurdo senso di squadrismo e omertà, continua ad attuare forme di punizione nei confronti di quelle donne che non hanno ancora diritto ad una sessualità che non sia a servizio dell’occhio maschile, né ad una narrativa di esistenza slegata dal suo giudizio, al rispetto del loro corpo e della loro mente, al rispetto della loro stessa vita.

Intendiamoci, anche le donne sono immerse in questa cultura, ed individuano la loro esistenza e quella delle altre donne – sulla base del loro aspetto e dell’uso che fanno del proprio corpo – all’interno delle gabbie preconfezionate tanto care al patriarcato: sante e puttane, dove santa coincide con madre e puttana con emarginata. Facendo anche loro uso della bibbia del sessismo, quale metro di misura e giudizio delle esistenze loro e delle altre donne, attuano le medesime dinamiche punitive e giudicanti.
Nessuna delle due categorie però – santa e puttana – sfugge allo stupro virtuale, all’oggettivazione del corpo, alle attività condotte dal branco per vendetta, per tributo, per consacrazione di virilità. Questo rivela il doppio fondo nascosto di queste prigioni: alla luce del sole è bene che tu sia bella, giovane, pudica, educata, ordinata, così come ti è stato insegnato in virtù del tuo genere, perché tu sia a servizio del piacere altrui. Parimenti, se ti verrà assegnata l’altra scatola, la tua immagine sarà utilizzata comunque a servizio del piacere altrui. Come nel paradosso del nazismo, in cui alle prostitute spettava la prigionia nei campi di sterminio per poi essere collocate nei bordelli a servizio dei caporali, nella contemporaneità non importa che si rispettino le regole del gioco del sessismo: santa o puttana, il corpo delle donne viene ancora percepito quale strumento a solo uso e servizio del piacere maschile.
Per questo motivo forse per qualcuna manca, a ragione, lo stupore di fronte alla segnalazione dell’esistenza di simili spazi: questi odorano del sudore da spogliatoio, del fumo di sigaretta da bar, di scantinato dell’oratorio. Di tutti i luoghi in cui questo genere di dinamiche sono sempre state presenti, senza però subire i riflettori che gli strumenti mediatici oggi sono in grado di puntare.

Per chi ha avanzato la proposta di “educare” questi uomini, poniamo una riflessione: in una cultura globale che pretende di individuare strategicamente nel maschio – bianco, etero, cisgender e borghese – maggiori capacità intellettive, cognitive e fisiche, in una società che pedissequamente affida allo stesso soggetto massicce dosi di potere in ogni campo, in un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla libera informazione, c’è davvero bisogno che alle donne sia nuovamente affidato l’incarico di educanda, maestra, madre?

È fuor di dubbio la necessità di decostruire i meccanismi che portano a simili risultati – perché palesemente il revenge porn, gli stupri virtuali di gruppo, lo squadrismo, il codice d’onore del branco e l’omertà sono solo i sintomi di una ben più grave malattia che pervade la contemporaneità -. Ma la risposta non sta nella rieducazione di cinquantenni che chiedono come stuprare la figlia senza farla piangere, e sfortunatamente anche la denuncia – benché assolutamente necessaria – non è sufficiente, in termini risolutivi.
Come ci ha insegnato questo scandalo, la natura di questa malattia è ad alta capacità riproduttiva e come l’eliminazione di un Gruppo Telegram degli Orrori porta immediatamente alla nascita di un altro, rieducare un criminale non è sufficiente all’eradicazione del crimine.
Non abbiamo la pretesa di avere in tasca il vaccino alla più grande pandemia globale, ma per trovarlo potrebbe essere utile, seguendo il metodo scientifico, ripartire dalle fondamenta: riqualificazione dei ruoli di genere, sradicamento degli stereotipi e dei pregiudizi legati al genere, rivendicazione di esistenze e narrazioni autodeterminate.

Le donne non devono più chiedere il permesso di avere una voce, non devono più chiedere scusa per le proprie scelte, né devono giustificarsi per aver rifiutato e condannato l’ennesima battuta sessista, non devono più farsi bastare quelle due scatole con etichetta stampata di fresco, né devono più cedere a quelle stesse etichette come metro di misura della propria realtà. 

Siamo il 50% delle voci del mondo. Usiamole.

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