La Capitana Rackete e l’inadeguatezza di una cultura di violenza

L’ORGANIZZAZIONE

Sea-Watch e.V. è un’organizzazione umanitaria senza scopo di lucro che da oltre 5 anni svolge attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, fornendo mezzi di soccorso e richiedendo l’istituzione di corridoi umanitari legali.

«Nonostante l’Unione Europea si dichiari impegnata a garantire i diritti umani, sceglie la chiusura nei confronti delle persone in fuga dalle guerre e dalle situazioni drammatiche che affliggono i paesi di origine. Questa chiusura corrisponde ad un blocco delle frontiere e discutibili accordi con paesi terzi, quali la Turchia e la Libia, molto controversi in ambito di diritto internazionale. Il risultato di questo isolamento è che, a poche miglia dalle nostre coste e dalle nostre spiagge, migliaia di donne, uomini e bambini continuano ad annegare ogni anno nel tentativo di raggiungere un porto sicuro. Questi sono i motivi per i quali ci dedichiamo al salvataggio in mare: nessuno, in cerca di una vita sicura e più umana, merita di morire alle frontiere dell’Unione Europea.»

L’organizzazione svolge le proprie attività di ricerca, salvataggio, sensibilizzazione e diffusione di corretta informazione grazie a volontari* ed attivist* provenienti da tutto il mondo, e si finanzia solo grazie alle donazioni, il cui impiego è esemplificato sul sito web.

 

 

LA CAPITANA

Carola Rackete, 31 anni, attivista e volontaria di Sea Watch dal 2016, si è laureata in Inghilterra e parla cinque lingue. È stata ufficiale di navigazione per l’Alfred Wegener Institute dal 2011 al 2013, secondo ufficiale a bordo della Ocean Diamond a 25 anni, e di nuovo secondo ufficiale nella Arctic Sunrise di Greenpeace a 27 anni. Ha lavorato con la flotta della British Antartic Survey, ed ha condotto escursioni nel Mar Glaciale Artico sulle navi rompighiaccio.

Con Sea Watch si è specializzata in aiuto umanitario e soccorso in caso di calamità, come coordinatrice e responsabile dei contatti con “Moonmbird” e “Colibrì”, aerei di ricognizione.

 

 

LA VICENDA

La Sea Watch 3, battente bandiera olandese e capitanata dalla tedesca Carola Rackete effettua nella giornata del 12 giugno 2019 il salvataggio di 53 persone in zona SAR (Search and Rescue) libica e, come previsto dalle leggi internazionali, immediatamente richiede l’accesso al porto sicuro più vicino (Lampedusa).
Alla Capitana Rackete viene richiesto di riportare i rifugiati in Libia, attualmente in piena guerra civile, dunque non rispondente ai criteri di sicurezza sopra citati, e viene negato l’accesso alle acque italiane, in quanto il suo ingresso sarebbe considerato “non inoffensivo”, in base al Decreto Legge Sicurezza bis in vigore dal 14 giugno 2019, ed in assoluta incompatibilità con i principi del diritto internazionale.

Inascoltate le richieste di aiuto della nave ad altri Paesi europei, ricevuti tre rifiuti italiani alla richiesta di attracco, la Sea Watch ha trascorso oltre due settimane in attesa in acqua, nel paradosso più assoluto: al passaggio negato della nave, facendo appello ad una legge in contrasto con le leggi internazionali, fanno coda l’assistenza medica che lo Stato italiano è obbligato a dare a Sea Watch 3 (riportando a terra 11 persone in gravi difficoltà) e decine di ingressi clandestini di altri migranti in fuga su imbarcazioni di fortuna.

Il finale della vicenda è un trattato sul coraggio e la responsabilità umana e civile: dopo 14 giorni di attesa, la Capitana Rackete, con un equipaggio e 42 delle persone recuperate in mare ormai allo stremo, sceglie di forzare il blocco navale. L’attracco è un’ulteriore conferma dell’inadeguatezza delle forze dell’ordine italiane, che tentano di fermare insistentemente la nave con una piccola imbarcazione militare, fino a rischiare la collisione e attribuendo successivamente alla Capitana la responsabilità di un atto di violenza. L’intento così strenuamente difensivo della Guardia di Finanza era di fermare una nave che portava a terra una minacciosa ciurma di 42 persone, fisicamente e psicologicamente distrutte, salvate in mare aperto.

L’arresto è stato eseguito, come previsto, immediatamente.

 

Ma perché parliamo di questa vicenda?
La vicenda della Sea Watch 3 ha affollato per giorni le testate italiane ed europee, si è diffusa sul web a macchia d’olio e decine di politici in tutto il mondo, con toni più o meno accesi, si sono espressi in merito. Ma urge una riflessione multidisciplinare per analizzare degnamente questa vicenda e restituire dignità alle persone che l’hanno vissuta.

 

 

IL PROCESSO DI SCREDITAMENTO

Meccanismo tipico della discriminazione e della violenza di genere, la vicenda della Capitana Rackete si distingue per il processo intentato contro la sua persona, prima ancora dell’arresto.

Un processo di screditamento messo in atto e pienamente legittimato dal nostro Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e poi da migliaia di persone, più o meno informate sulla vicenda, che grazie a quella giungla senza regole che è il web ha sentito il diritto di “esprimere la propria opinione”, online ed non solo.

Una società che guarda al genere prima di legittimare e riconoscere dignità  all’atto di impugnare una decisione, che guarda all’età anagrafica prima di legittimare e riconoscere le competenze acquisite, è una società viziata dal pregiudizio. Ma una società che utilizza questi elementi come parametri legittimanti di un processo di screditamento (per lo più alimentato da bufale) su scala internazionale è profondamente ottusa.

Perchè in molt* hanno sentito l’esigenza, scrivendo della Capitana, di elencare i suoi titoli, il numero di lingue che parla?

Un atto difensivo rispetto ad un processo che ha visto Carola Rackete ridotta (termine volutamente riconducibile alla forzata riduzione del valore della sua persona) ad una ragazzina incapace (un uomo di 31 anni è adulto,  una donna di 31 anni è ancora incapace di prendere decisioni), una “sbuffoncella” (nel migliore dei casi); non solo: la Capitana tedesca è diventata rapidamente oggetto di decine di bufale che l’hanno vista prima come figlia di papà, ricca e mossa solo da una fase di ribellione giovanile, poi ricca e coinvolta in affari loschi con chi fa tratta di esseri umani, poi figlia di un mercante d’armi (che ha interessi economici nella vicenda) ed infine, dalla Procura al centro di una “concertazione”., 

Da notare come in molti di questi ritratti Carola non è più una persona indipendente, una donna che ha compiuto delle scelte, che ha individuato e perseguito un obiettivo (che ben poche persone sono disposte a perseguire), ma “figlia di”; che non è una persona che ha conseguito i propri obiettivi in tempi e modi ammirevoli, ma una che fa “concertazioni” o che di certo è coinvolta in affari loschi; che, fondamentalmente, NON è più disposta ad alzare il fondoschiena dal divano per salvare persone in mare dei 60milioni di italiani che si sono sentiti in diritto di “esprimere la propria opinione”, ma è solo una che voleva notorietà.

Sessismo un tanto al kilo, condito da dosi non ben specificate di disinformazione, ignoranza, razzismo, pregiudizio, e una bella cucchiaiata di senso di colpa a non avere il suo coraggio, che si tramuta in rabbia.

 

 

UN DEGNO RISULTATO

Dopo giorni di giostrine mediatiche condotte del nostro “capitano”, di tira e molla internazionali, di auspici ad affondare la nave (una dichiarazione violenta e terribile firmata Giorgia Meloni, parlamentare che si professa paladina delle famiglie, dimenticando che di quelle 53 persone nessuna è cascata per caso dal cielo, ma tutte erano e sono parte di una famiglia, colpevole di essere originaria della parte sbagliata del mondo), la Capitana forzando il blocco navale giunge a Lampedusa e viene arrestata in un contesto violentissimo, figlio diretto di un clima fomentato in secoli di sessismo e discriminazione di genere, in secoli di incontrastata diffusione di una cultura dello stupro sempre più espressa e legittimata dai rappresentati del potere istituzionale di tutto il mondo.

Grazie ai video girati lo scorso 26 giugno, durante lo sbarco e l’arresto, il web è stato investito della sua stessa violenza: cori incitanti l’arresto e lo stupro di Carola e delle donne salvate, applausi e fischi, insulti a sfondo razzista e misogino.

Il profilo che si è delineato quel giorno, e che da diversi anni è noto e segnalato come sempre più preoccupante, è quello di un’Italia in cui alle donne che dimostrano di esercitare e detengono potere, alle donne che rivendicano la propria competenza e capacità di ragionamento indipendente, alle donne che rivendicano i propri diritti ed i diritti civili di tutt*, ed alle donne cui viene attribuito un errore è augurata la violenza carnale, quale simbolo di sottomissione assoluta, di annullamento della volontà, di annientamento della persona, della rimozione della sua identità umana, a servizio del piacere di chi agisce la violenza.

“Spero che ti violentano sti negri!” | “A quattro a quattro te lo devono infilare!” | “Ti piace il cazzo negro, eh?” | “Zingara!”, “Cornuta”, “Criminale”, “Venduta”. |
“Le mogli vi devono stuprare, a sti clandestini falliti!” | (E l’immancabile) “Viva gli italiani!”

Gli urlatori (che sembrano essere a prevalenza maschile), esaltati, hanno continuato con i cori anche dopo l’arresto della Capitana, che non ha proferito alcun commento e che ha trascorso i successivi due giorni agli arresti domiciliari. È accusata di rifiuto di obbedienza a nave da guerra, resistenza o violenza contro nave da guerra e navigazione in zone vietate. La Procura, che l’ha interrogata ieri, ha chiesto la convalida di arresto e il divieto di dimora in provincia di Agrigento e parla di indagini atte a verificare “se vi sono stati contatti tra i trafficanti di esseri umani e la Sea Watch, se il contatto è avvenuto in modo fortuito o ricercato.” e dunque “se si è trattato di un’azione di salvataggio in mare oppure un’azione concertata.” Intanto sono scattate le multe e il sequestro della nave, di proprietà della ONG Sea Watch, che ha dichiarato di essere orgogliosa del coraggio della sua Capitana tedesca, costretta a compiere l’attracco pur consapevole del successivo arresto.

 

 

L’INADEGUATEZZA DELLA POLITICA ITALIANA

L’inadeguatezza della politica italiana è stata brillantemente lampante: l’abbandono in mare della nave, costretta in attesa per giorni e giorni, le scaramucce fra partiti, il botta e risposta sgradevole con la Germania, gli auspici di affondare la nave, sono stati ben utili ad alimentare e fomentare il terrore di un’invasione inesistente, causa di un clima intollerante e razzista sempre più violento.
Da un’intervista a Fabio Sabatini, professore associato di Politica Economica all’Università La Sapienza di Roma: «Già oggi l’Italia è uno dei Paesi che accoglie meno rifugiati e con una delle percentuali di immigrati più basse in Europa. I nostri numeri sono risibili rispetto a quelli degli altri Paesi europei, in proporzione sia alla popolazione sia al prodotto interno lordo. Non c’è alcuna invasione.»

Lo stesso governo piuttosto che rispondere ad una evidente emergenza sociale, che ogni anno vede morire migliaia di persone a pochi km dalle nostre coste, ha concentrato le sue energie sulle accuse alla Capitana tedesca, secondo modalità tutt’altro che politiche, quanto piuttosto facinorose e discriminatorie: «Non sbarca nessuno, mi sono rotto le palle. Lo sappia quella sbruffoncella.» le parole del nostro Ministro dell’Interno, mentre la Sea Watch 3 sostava in mare con a bordo decine di migranti salvati dalla morte in mare.

Rispetto alle accuse (quelle concrete) alla Capitana Rackete, il professor Sabatini ha dichiarato: «Presumibilmente, la comandante si è trovata di fronte a una scelta molto difficile: violare una norma italiana oppure venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali. Secondo quanto scritto dall’Onu nella lettera inviata all’Italia sul decreto ‘Sicurezza bis’, il diritto alla vita e il principio di non respingimento, che sono stabiliti dai trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale. Le Nazioni Unite ritengono che l’approccio del decreto ‘Sicurezza bis’ sia fuorviante e non in linea con il rispetto dei diritti umani previsto dai trattati internazionali.»

 

 

Questa vicenda lascerà certamente un segno, se non nella politica italiana nelle persone che sono state salvate e di cui qualcuna ha deciso di assumersi la responsabilità. Si parla di Premio Nobel, di multe da migliaia di euro, di responsabilità europea e della necessità di trovare una soluzione urgente a livello internazionale.

La verità è che una donna, non importa quanti anni abbia, non importa quanti titoli di studio e lingue possano fregiare la sua persona, ha fatto una scelta di responsabilità umana e sociale, forse la prima in tanti anni e speriamo non l’ultima, in un tempo in cui si fa politica attraverso gli insulti su twitter, e si sceglie un’intervista dalla D’Urso ad un confronto in Parlamento europeo.

 

 

AGGIORNAMENTO AL 4.06.2019
La giudice per le indagini preliminari Alessandra Vella non ha convalidato il fermo per la Capitana Carola Rackete, che è libera da ieri sera. Il reato di resistenza a pubblico ufficiale è giustificato dall’aver agito per assolvere al dovere di portare in salvo vite umane. Anche la tanto discussa scelta di ingresso a Lampedusa, letta dalla GIP come obbligatoria, vista la valutazione dei porti libici e tunisini come non sicuri.

La Capitana Rackete è stata comunque espulsa (provvedimento firmato nella stessa serata di ieri dal Prefetto di Agrigento, Dario Caputo) e dovrà rispondere delle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

 

1 Commenti

  1. Elisabetta Marzi

    La cosa più agghiacciante è che i politici sono i primi a dare il cattivo esempio, inneggiando al razzismo e alla violenza. Ha ragione Salvini, si dovrebbero cambiare le leggi per non permettere a chi non è in grado di guidare il Paese di prendere posto in Parlamento (come darsi la zappa sui piedi in pratica).

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