Sabrina e Stefano, i due volti della discriminazione sul luogo di lavoro

Prima gli insulti e l’isolamento sociale, poi la richiesta di non entrare in quello spogliatoio (spazio ad uso del personale regolarmente assunto), infine l’invito, quasi intimidatorio, ad andarsene, tracciato con un pennarello blu sul suo armadietto sotto gli occhi – per lo più indifferenti – delle colleghe.
Sabrina ha 34 anni, quattro figli e da circa un anno una compagna.
Per questo motivo sul suo posto di lavoro, un ospedale di Lecco, non importa più se è gentile o scontrosa, se è corretta con colleghe e colleghi, se è onesta, disponibile, se è generosa e affidabile, se è capace nel suo lavoro, se è rassicurante per i suoi pazienti. Perché è lesbica.
E questo dice più della sua persona di quanto non abbia raccontato il suo comportamento a lavoro nell’ultimo anno e mezzo. Essere lesbica a quanto pare annichilisce competenze, tratti caratteriali, bagaglio culturale. Per lo meno è così che la pensano le persone che hanno contribuito con bullismo, violenza ed indifferenza a rendere invivibile per Sabrina quell’ospedale.

L’ennesima dimostrazione – di cui non avevamo bisogno – di un diffuso e quanto mai evidente clima di odio che pervade la nostra cultura, che colpisce indiscriminatamente ogni narrazione non conforme ad uno standard di per sé ormai anacronistico, che ogni giorno si esprime con l’isolamento sociale, l’indifferenza, la violenza verbale e fisica, il bullismo ed il cyberbullismo, il mobbing, la diffusione di pregiudizi e stereotipi, l’umiliazione.
Un odio che si aspetta di instillare sufficiente umiliazione da farla franca, un odio che sguazza nell’indifferenza e nella legittimazione di certe frange del nostro governo, che non si smentisce nemmeno di fronte alle estreme conseguenze che troppo spesso causa.

Perché Sabrina ha scelto di denunciare, di non subire passivamente né di nascondersi, quanto piuttosto di dare diffusione mediatica di quanto accaduto, ricevendo supporto da realtà associative ed istituzionali. Una decisione ammirevole, che speriamo conduca ai provvedimenti che ogni Paese civile garantirebbe ad una cittadina vittima di una simile violenza sul posto di lavoro. Ma per Stefano, un suo collega, è andata diversamente: due anni fa si è suicidato lanciandosi da una finestra di quello stesso ospedale, dopo aver subìto le stesse vessazioni di Sabrina.

 

Il cambiamento che ci aspettiamo

Alla luce di quanto emerso, chiediamo a gran voce che tutte le storie dimenticate, sommerse, silenziate dalla vergogna e dall’umiliazione, simili a quella di Sabrina e Stefano, ricevano ascolto e che sia data loro la possibilità di ottenere giustizia. Chiediamo che le Istituzioni si impegnino diffondere una cultura della non discriminazione, del rispetto e della parità in ogni realtà pubblica, dai luoghi di lavoro alla scuola di ogni ordine e grado. 

La discriminazione e la violenza a sfondo lesbofobico esistono purtroppo, a dispetto di tutte quelle voci che si fanno ancora promotrici di un retropensiero che nega l’esistenza stessa lesbofobia. Così come esistono omofobia, transfobia, bifobia, razzismo e sessismo. Ed è anacronistico che queste odiose espressioni del patriarcato facciano ancora vittime, sotto gli occhi indifferenti delle Istituzioni.

0 commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I prossimi eventi