«Io sono io. Io sono Lesbica.» Giornata della Visibilità Lesbica

Che cosa significa essere lesbica e perché molte donne faticano a definirsi tali?
Questa domanda pone mille interrogativi, probabilmente perché non esiste una sola risposta.

Per molte donne, essere lesbica significa avere relazioni di tipo romantico e/o sessuale con altre donne; altre si identificano come lesbiche pur avendo rapporti anche con uomini.
Per noi, dichiararsi lesbiche è anche – e soprattutto – una scelta politica.

In una società come la nostra, che limita i ruoli di genere al solo binarismo maschio/femmina, le donne sono da sempre relegate al ruolo di moglie e madre. Coloro che fuoriescono da questi “standard” sono considerate ribelli, traditrici, streghe. Inutili.
Limitare il ruolo della donna ai ruoli di moglie, madre, accuditrice, formatrice, levatrice, significa rifiutare l’individualità delle singole ed appiattirne le differenze, quasi fossimo inevitabilmente legate da un destino biologico al quale non possiamo sfuggire.

Scriveva Simone De Beauvoir ne “Il secondo sesso“:
«C’è una strana malafede nel conciliare il disprezzo per le donne con il rispetto di cui si circondano le madri.»

Un pensiero rivoluzionario, che verrà approfondito a più riprese da molte femministe e studiose negli anni a seguire.
Nel suo saggio “Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica” (1980), Adrienne Rich definisce l’eterosessualità obbligatoria una istituzione politica volta a rafforzare l’asservimento delle donne agli uomini nell’ambito dei confini del matrimonio e della maternità e propone il concetto di woman-identified-woman, ovvero la predisposizione a convogliare le proprie energie verso altre donne, compagne, sorelle, amanti come atto di liberazione dal patriarcato.

Questa presa di posizione scardina violentemente il concetto di eteronormatività al quale eravamo abituate – soprattutto se contesualizzato in un periodo storico come quello degli anni ’70/’80, ma ancora attuale – e determina un punto di rottura nel movimento lesbico di fine secolo.
Ma non solo: esso rappresenta anche il rifiuto della “normalizzazione” dei ruoli, poiché intende conferire alle donne il controllo di sé, del proprio corpo e delle proprie azioni a prescindere dal genere, promuovendo il lesbismo come mezzo di liberazione da tali ruoli predefiniti.

Io sono io. Io sono Lesbica.

Rivendicare la propria individualità è fondamentale, poiché ognuna di noi è diversa dall’altra e sono proprio le nostre differenze a renderci ciò che siamo: individui prima di tutto, esseri pensanti, persone interessanti agli occhi delle/degli altre/i, ognuna con le proprie peculiarità e i propri difetti.
Allo stesso tempo, però, rivendicare la propria identità di donne lesbiche è fondamentale, in quanto influisce inevitabilmente sul nostro essere: per le scelte che facciamo, per il nostro modo di vedere il mondo che ci circonda, per le azioni che compiamo e le reazioni che provochiamo.

Il personale è politico“, lo slogan ideato da Carol Hanisch per difendere i gruppi di autocoscienza degli anni ’70, indica proprio questo: un problema personale che accomuna/riguarda più persone non può più essere considerato solamente personale, ma assume un valore collettivo – e quindi politico – e va risolto mediante azioni collettive.
Dichiararsi lesbiche, quindi, non è più solo un’affermazione di sé, ma un’azione collettiva che porta alla luce il desiderio di rottura dei ruoli di genere alla quale le donne (e le lesbiche) sono da sempre re-legate.

«”Donna” esiste per confonderci, per nascondere la realtà “donne”», scriveva Monique Wittig nel suo saggio “Non si nasce donna“.
«Questa necessità reale per chiunque di esistere come individuo, così come membro di una classe, è forse la prima condizione per realizzare una rivoluzione, senza la quale non ci può essere nessuna lotta reale o trasformazione.
Ma è vero anche l’opposto; senza classe e coscienza di classe non ci sono soggetti reali, solo individui alienati.
Per le donne rispondere alla questione del soggetto individuale in termini materialisti significa per prima cosa mostrare, come hanno fatto le lesbiche e le femministe, che i problemi considerati “soggettivi”, “individuali”, “privati” sono di fatto problemi sociali, problemi di classe; che la sessualità non è per le donne un’espressione individuale e soggettiva, ma un’istituzione sociale di violenza. Ma una volta che abbiamo mostrato che tutti i cosiddetti problemi personali sono di fatto problemi di classe, rimarremo comunque con la questione del soggetto di ogni donna singola – non il mito, ma ognuna di noi.»

La Giornata Mondiale della Visibilità Lesbica ci ricorda ancora una volta che, in una società in cui il valore di una donna si misura ancora sulle proprie funzioni biologiche, dichiararci lesbiche rappresenta un’azione di rottura del ruolo sociale della donna stessa, e contribuisce a liberarci dagli stereotipi e dalle aspettative sociali che ci vengono imposte ormai da troppo tempo.

Possiamo essere libere, possiamo essere madri, possiamo essere rivoluzionarie. Purché siamo noi stesse.

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