Live Non è la D’Urso è una legittimazione della Shitstorm

Lunedì 18 novembre, a poche ore dal TDORGiornata Internazionale della Memoria dedicata alle persone transgender vittime di pregiudizio e odio transfobico, abbiamo assistito all’ennesimo teatrino mediatico offensivo degli ultimi mesi, in bella vista su rete nazionale.

Come d’abitudine del palinsesto televisivo italiano, nessun dettaglio è stato lasciato al caso al fine di scatenare la prevedibile – e presumibilmente dunque desiderata – gogna mediatica violenta, sessista e transfobica. Palcoscenico il programma Live Non è la D’Urso: duecento minuti di show, in cui gli ospiti, per lo più noti per la partecipazione a reality, scandali da tabloid ed altri programmi televisivi quali ad esempio Uomini e Donne, sono invitati a scambiarsi opinioni – prive di qualunque fondamento, in barba ai professionisti di settore – sui temi più disparati.

In un tempo in cui bullismo e cyberbullismo fanno parlare di sé e mietono vittime, mentre si cerca di arginare il fenomeno in ogni modo, la televisione italiana contribuisce fieramente alla causa mettendo in scena regolarmente ciò che avviene sui social network ogni giorno: una shitstorm in piena regola.

Shitstorm: fenomeno che si verifica principalmente sui social network, e che si concretizza in una improvvisa (e spesso immotivata) ondata di insulti, minacce, svalutazioni, odio ai danni di una persona/piattaforma/realtà da parte di una moltitudine di soggetti.

La Strategia

_ Individuazione di un topic controverso;
_ individuazione di opinionisti violenti, maleducati e privi di competenze per trattare i suddetti argomenti, ma che siano in grado di fornire ottime opportunità di scandalo;
_ individuazione di ospiti che subiranno la shitstorm in diretta tv.

I protagonisti

Barbara d’Urso, presentatrice più volte accusata dall’Ordine dei Giornalisti di abusare della propria posizione e del proprio ruolo, oltre che delle storie che porta in televisione, è in questo show ospite e moderatrice della discussione. Nonostante il TDOR (Transgender Day Of Remembrance) alle porte, il salotto è sapientemente organizzato al fine di scatenare l’ennesima shitstorm, grazie alla presenza di “opinionisti” conosciuti per la propria capacità di perorare efficacemente la causa della gogna mediatica: Vittorio Sgarbi, critico e saggista, noto per le sue apparizioni in tv, durante le quali sfoggia il suo pensiero sessista, omo-lesbo-bi-transfobico, misogino e razzista, con una violenza che l’ha reso ormai una macchietta; Vittorio Feltri, direttore di Libero noto per la sua strenua battaglia per l’utilizzo di un linguaggio che definisce “popolare”, ma che noi definiremo offensivo e discriminatorio – vogliamo a questo proposito ricordare che finocchio, frocio, ricchione, culattone non sono termini popolari, ma insulti -, noto anch’egli per lo sfoggio di sessismo e misoginia, razzismo e omofobia-lesbo-bi-transfobia.
Ospite – o per meglio dire bersaglio – di questo episodio del programma, firmato da Barbara D’Urso, Vladimir Luxuria, attivista, scrittrice e politica, nota per essere stata la prima parlamentare transgender d’Europa.

Il risultato

Com’era prevedibile, rispetto a quanto è avvenuto non si può parlare di confronto, né di scambio di opinioni. Quanto si è scelto di mettere in scena con un pubblico di milioni di spettatori avvilisce per la sua violenza, per la sua pochezza, per la sua triste legittimazione della transfobia, senza fornire alcuna posizione od opinione ragionata su alcun tema. Dal canto suo Barbara D’Urso, che per qualche applauso e qualche lacrima si è eretta a paladina dei diritti LGBTI+, ha meditato gli insulti e le urla dei due opinionisti con le sue risatine, dimostrando per l’ennesima volta la sua assoluta, quanto tristemente spiacevole, mancanza di spessore giornalistico, incapacità di assolvere al suo ruolo di presentatrice, e abilità nel sostenere la sopra citata causa.

Una pagina tristissima di una certa televisione italiana, soprattutto perché non ci stupisce affatto nel suo esser disposta a tutto al fine di fare audience. Perché è questo di cui si tratta: fare numeri, a discapito della sensibilità e del rispetto delle persone, deumanizzate e trasformate all’occorrenza in bersagli, tragiche macchiette oppure odiatori di professione.

Si tratta di scegliere

In un’Italia che si affaccia al 2020 con centinaia di casi all’anno fra suicidi per bullismo, aggressioni e pestaggi per omo-lesbo-bi-transofobia, stupri correttivi, shitstorm online post coming out, abbandoni di minori non spenderemo neppure una riga per ripetere, virgolettandole, le parole offensive e disgustose dei due “opinionisti” (che peraltro non hanno espresso alcuna opinione) e neppure una a richiedere le scuse da parte di autori, promotori e presentatrici che hanno dimostrato di essere privi di qualunque spessore umano e politico, scegliendo di mettere in scena questo show vergognoso.

Chiediamo invece con forza le scuse di telespettatrici e telespettatori, che nel seguire programmi come Live Non è La D’Urso contribuiscono all’accanimento mediatico ai danni di vite e narrazioni che si sceglie di mettere alla gogna al fine di generare profitto. Show di questo genere non esisterebbero se non avessero audiance, e in questo momento storico e politico non vale più l’alibi “lo guardo perché è stupido e fa ridere”, “lo guardo distrattamente mentre faccio altro”.

Si tratta di scegliere.
Scegliere di essere un altro elemento di quell’audiance generatrice di disinformazione, legittimazione dell’odio e della discriminazione, oppure no.

Per tutte le persone che fino ad ora hanno scelto di sì, invitiamo a porgere le proprie scuse a chi ha subìto questa violenza, e a scegliere qualcosa di meglio, per generare finalmente una coscienza più rispettosa delle persone, meno giudicante delle scelte altrui, più consapevole delle criticità della nostra società e meno passiva rispetto alle tragedie che quelle criticità comportano.

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