L’Italia si schieri contro le terapie di conversione per le persone LGBTQI+

Il 7 maggio 2020 il Parlamento tedesco ha approvato una legge che mette al bando le terapie di riconversione per le persone LGBTQI+ fino a 18 anni e le considera reato anche in caso di persone maggiorenni che sono spinte ad accedervi tramite azioni coercitive. La Germania diventa uno dei cinque Paesi al mondo ad avere una legge di questo tipo con una norma che riconosce come reato questi trattamenti inumani, prevedendo una reclusione fino ad un anno, o un’ammenda pari a 30 mila euro.

Le terapie di conversione per le persone LGBTQI+ rappresentano non solo un trattamento devastante ma anche una vera e propria violazione dei diritti umani che non ha alcun fondamento scientifico innanzitutto perché sia per l’orientamento sessuale che per l’identità di genere l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiarito che non sono patologie.

Allo stesso modo le Nazioni Unite hanno chiarito che si tratta di trattamenti degradanti, paragonabili alla tortura, che determinano l’aumento di casi di ansia, depressione e istigano al suicidio nelle persone LGBTQI+, specialmente tra i giovanissimi, come evidenziato da studi americani come la ricerca Trevor 2019.

Anche nell’ambito psicologico la posizione in merito è chiara, come spiega Raffaele Simone, psicologo clinico, psicologo dello sport, psicoterapeuta e sessuologo in formazione. Lo stesso Ordine degli Psicologi italiano, nel proprio codice deontologico approvato nel 1993 a seguito della regolamentazione della professione dello psicologo con la legge 59/89, prevede all’Articolo 4 che “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. Quando sorgono conflitti di interesse tra l’utente e l’istituzione presso cui lo psicologo opera, quest’ultimo deve esplicitare alle parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente tenuto. In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dell’intervento di sostegno o di psicoterapia non coincidano, lo psicologo tutela prioritariamente il destinatario dell’intervento stesso.”

Non avere, dunque, una legge che metta al bando questa tipologia di terapia va contro i dettami della professione stessa e contro la dignità e contro il diritto di autodeterminazione di ogni individuo. Quindi, gli stessi professionisti nell’ambito della salute mentale non possono in alcun modo porre dei cambiamenti nell’orientamento sessuale, tanto più che già nel 1980 nella stesura del DSM III, “Il manuale statico e diagnostico dei disturbi mentali”, l’omosessualità era stata cancellata dalle malattie di questo ordine.

Pertanto, le terapie riparative ad oggi non rientrano in alcun modo in un’ottica di salvaguardia della salute del paziente, ma vengono determinate solamente in un’ottica morale che non trova alcun fondamento scientifico e dal quale ogni professionista deve allontanarsi nello svolgimento della professione stessa.

Al momento, secondo un’indagine di ILGA World riguardo le terapie di conversione, risulta che:

  • A Malta, in Brasile e in Ecuador vi sono leggi che impediscono di svolgere terapie riparative,
  • 5 stati membri dell’Onu (Argentina, Uruguay, Fiji, Nauru e Samoa) impediscono una diagnosi basandosi solamente sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.
  • 10 stati – tra cui l’Argentina – hanno introdotto multe per i professionisti che praticano terapie riparative.
  • Infine, la World Health Organization (WHO), la Pan American Health Organization (PAHO), la World Medical Association and the World Psychiatric Association in accordo con 60 diverse associazioni che si occupano di salute della persona, ripudiano eventuali vantaggi nella modificazione dell’orientamento sessuale, dell’espressione di genere e dell’identità di genere.

L’Italia non ha ancora una normativa che metta al bando le terapie di conversione per le persone LGBTQI+ nonostante in passato sia stata presentata una proposta a prima firma Lo Giudice, depositata nel corso della XVII Legislatura ma mai discussa, che andava proprio nel solco di quanto approvato negli scorsi giorni in Germania.

Da queste premesse nasce una lettera che Possibile LGBTI+, la campagna permanente di Possibile sui temi della comunità, ha indirizzato ai ministri Speranza, Bonetti e Lamorgese affinché si segua la Germania e si approvi anche in Italia una norma di questo tipo. Il testo, al quale ha aderito anche Sergio Lo Giudice, la segretaria di Possibile Beatrice Brignone e l’attivista per i diritti trans Monica Romano, è stato sottoscritto da Queer Magazine, Agedo Nazionale, ALFI – Associazione Lesbica Femminista Italiana, Arcigay Chieti Sylvia Rivera, Associazione Radicale Certi Diritti, Coordinamento Abruzzo Pride, Coordinamento Torino Pride GLBT, Gruppo Trans* Aps, Human Gender, IVG, ho abortito e sto benissimo, Jonathan – Diritti in movimento, La Formica Viola, Omphalos LGBTI, TMW Italia, UniCa LGBT.

La lettera è disponibile alla sottoscrizione su All Out o via mail, specialmente per le realtà associative, a lgbt@possibile.com per darne poi comunicazione sui social network.


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